
A Potočari, solo sei chilometri di distanza da Srebrenica città, c’è il memoriale per le vittime musulmane.
I nomi delle 8340 vittime sono elencati in rigoroso ordine alfabetico. Ciò che fa più impressione è il ripetersi infinito dei cognomi più diffusi. I Beganović, i Mehmedović, gli Ibrahimović sono decine e decine, a volte centinaia, differenziati solo dal nome e dall’anno di nascita. La lista di alcuni cognomi inizia e non finisce prima di due o tre impietose colonne.
Più su nella foto si intravedono le tombe verso cui le famiglie più fortunate possono rivolgere le loro preghiere. Le più sfortunate aspettano ancora che gli esperti del dna ritrovino i resti dei propri cari in una delle tante fosse comuni che ancora oggi vengono scoperte. Ecco perché le oltre 3000 lapidi di Potočari crescono di anno in anno.
Solo dopo accurate analisi si ha la certezza di aver identificato quello che rimane di un cadavere.
A volte i tecnici riescono a stabilire l’appartenenza di alcuni resti, ma non si può procedere alla tumulazione prima di aver rimesso insieme almeno il 70% del corpo.
Sembra una delle storie della serie americana Six feet under, ma purtroppo è realtà.