
Li vedete quei due ragazzi alla mia destra nella foto? (io sono il secondo da destra per chi guarda).
‘Cosa significa quel gesto che hai fatto con la mano?’, chiedo con finta ingenuità.
‘Queste sono le tre dita del simbolo della Serbia: Dio, Gesù Cristo, e… come si chiama l’altro… Spirito santo’.
‘Ah, ma è un dogma della teologia cristiana, questo’, rispondo.
‘Sì, ma noi siamo diversi da voi. Facciamo il segno della croce in maniera speculare alla vostra’.
Parliamo per un’oretta con questi ragazzi simpatici e svegli. Hanno appena 16 anni, parlicchiano inglese e conoscono qualcosa anche di altre lingue, compresa la nostra. Hanno già chiaro il loro futuro: ‘Andrò a studiare matematica a Belgrado’, mi dice quello che per comodità chiamo Petar, il ragazzo più a sinistra di tutti nella foto. Il giovane con la maglia gialla, Milorad, andrà invece a Sarajevo, ma ‘nella parte serba della città’, ci tiene subito a specificare.
A Srebrenica la popolazione serba è oggi in maggioranza, ma prima del genocidio prevalevano i musulmani. Molti sono stati uccisi, altri sono ancora nei luoghi di quella che qui chiamano ‘diaspora’. Migliaia di rifugiati trovarono riparo a Tuzla, a quasi due ore di macchina da Srebrenica. Da allora tanti non sono più tornati: ‘A Srebrenica c’è povertà e poi sta in Republika Srpska’, si lamentano. Sì, perché quando la Bosnia Erzegovina fu creata si decise di inventare due entità: la federazione, a guida musulmana, e la Republika Srpska, a maggioranza serba appunto.
Ecco perché questi ragazzi è come se si sentissero in quella che considerano la loro patria, la Serbia. ‘Se uno di voi dovesse diventare un campione di calcio, giochereste con la nazionale serba o bosniaca?’, gli chiedo. ‘Serbia’, affermano senza il minimo dubbio.
Ecco perché tutto può succedere di nuovo. Perché a questi ragazzi nessuno ha detto con obiettività quello che è successo in quegli anni in cui loro nascevano.
‘Perché sei qui? – vogliono sapere da me -. Ah, per Potočari (il memoriale delle vittime musulmane, ndr). Tutte frottole, tutte cazzate’. ‘Ma come si può falsificare una cosa così grossa?’, domando. ‘Bugie, Bugie’, contina a ripetere come un mantra Petar, mentre nervosamente si tocca la collana di metallo da cui pencolano una croce ortodossa e lo stemma della Serbia.
Speriamo che Petar, crescendo, non divulghi su internet una foto così stupida come quella qui sotto che ha pubblicato un certo kebo1981. Un altro che la guerra l’ha vista, ma non l’ha fatta.

Dopo aver visto potocari, fà uno strano effetto sentire questi pareri…
Gran bell’articolo, Ant. Complimenti sinceri.
Anche qui in Alto Adige molti ragazzi se diventassero campioni di calcio non adrerebbero dalla voglia di giocare con la nazionale italiana, credo. E anche qui da noi ci sono le bande di neonazisti giovanissimi che sostengono che Hitler era un eroe e che Auschwitz non esiste. Certo, le proporzioni e il passato sono diverse, ovvio. Però purtroppo le cose che dicono Petar e Milorad mi allarmano ancora di più visto che vengo da un contesto così …